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Intervista della pubblicista Giorgia Rossi a Margaret Sgarra

Intervista alla curatrice della mostra collettiva Think green chiusa a Torino presso Casa dell' Ambiente

A piedi nudi nel parco…conversazione green con la giovane curatrice Margaret Sgarra.

Margaret Sgarra, Nicers di paratissima 2020 per la mostra Elogio al camaleontismo e all’incoerenza. Come sopravvivere al caos contemporaneo, oggi curatrice della mostra torinese THINK GREEN!, ­selezionata insieme a Paola Curci per la co-curatela del Premio Torino Creativa per Paratissima a Torino e futura curatrice della mostra collettiva FRAGILE. Maneggiare con cura presso il MAKE di Udine.

Abbiamo visto l’esposizione riuscitissima di THINK GREEN! alla Casa dell’Ambiente e oggi ne parliamo con la sua curatrice. La mostra ha visto la partecipazione di artiste e artisti provenienti da tutta Italia: Valentina Albanese, Anatema, Laura Ansaloni, Federica Cipriani, Gabriella Gastaldi Ferragatta, Giu.ngo-Lab (gLAB), Laura GuildA, La Chigi, Daniela e Francesca Manca, Daniele Notaro, Elisabetta Onorati, Samantha Passaniti, Francesca Rossello
Ti proponiamo gli artisti che abbiamo preferito passeggiando con te ad inizio autunno sulle rive del Po.

Ti piace la citazione al celebre film di 1967 diretto da Gene Saks, tratto dall'omonima commedia teatrale di Neil Simon?
È una citazione interessante, è un film della fine degli Anni Sessanta che mette in evidenza, seppure in maniera marginale, l’importanza della sfera naturale, come luogo in cui ritrovare sé stessi e la propria spontaneità. D’altra parte, la natura è da sempre un tema di indagine all’interno delle arti, si può fare riferimento al cinema e al teatro ma anche alle più recenti performance di arte contemporanea, tra i casi più celebri rientra il lavoro di Marina Abramović. Basta pensare ai più grandi maestri della Storia dell’arte: Monet, Klimt, Van Gogh…sono solo alcuni degli artisti che hanno reso omaggio al paesaggio e altri elementi che ne fanno parte. 

Ritieni che parlare di ecosostenibilità sia necessario per l’arte contemporanea?
L’arte contemporanea è lo specchio della nostra società: è necessario che essa non sia solo un oggetto fine a sé stesso, deve riflettere e farci riflettere sul nostro tempo, in tutte le sue sfaccettature, comprese le criticità. La tutela ambientale riguarda ognuno di noi, prenderci cura della natura è una nostra responsabilità e il modo in cui ci rapportiamo ad essa, determinerà il suo futuro. L’arte odierna deve rispondere al bisogno di sensibilizzare l’essere umano nei confronti dei problemi della contemporaneità e tra questi troviamo, ad esempio, la cura dell’ambiente e della nostra Terra.

Come nasce per te una mostra come THINK GREEN!? Peraltro in un’innovativa cornice come quella di Casa dell’Ambiente a Torino. Essa è il primo spazio pubblico comunale torinese, dedicato all’ambiente e alla ricerca scientifica che si inserisce in una strategica location sottolineata dalla suggestiva riva del Po.
Come ogni progetto curatoriale l’incontro con lo spazio è determinante per la creazione di una mostra. Quando ho avuto modo di conoscere questa realtà ho pensato che sarebbe stato interessante realizzare una narrazione visiva che mettesse in evidenza l’importanza della sfera naturale. Da quel momento è partito uno studio sullo spazio e sulla tematica in rapporto all’arte contemporanea.

La mostra si è inserita perfettamente nel tessuto sociale riscuotendo molti consensi e ritrasformando il contenitore espositivo di natura scientifica in nuovo spazio per l’arte contemporanea, come pensi che ricada questo sul territorio?
Gli spazi espositivi consueti sono importanti e necessari per la fruizione dell’arte ma io penso che questo non sia sufficiente perché l’arte deve inserirsi in tutti i contesti, espositivi e non. L’arte contemporanea dev’essere uno strumento di riflessione in grado di farsi carico di un messaggio da divulgare. Non è un prodotto o una merce. La Casa dell’Ambiente non è un luogo adibito per la realizzazione di mostre, ma in quel luogo si parla di ambiente, vengono realizzati dei convegni e dei workshop che affrontano questo argomento: l’arte deve parlare di tutto, dev’essere riflessiva e inclusiva e non rivolgersi solo agli “addetti ai lavori” e questa è un’altra ragione per la quale è stato scelto questo spazio. Il pubblico degli spazi espositivi è quasi sempre lo stesso. Uscire dai luoghi convenzionali dell’arte significa raggiungere persone che altrimenti non si avvicinerebbero a questo mondo. Tuttavia, l’arte contemporanea è un terreno complesso, fatto da una molteplicità di medium, dove il concetto predomina sulla tecnica e questo alle volte può disorientare a apparire incomprensibile. Anche per questo tale disciplina è lo specchio della nostra società: è complicata, difficile, e a alle volte, per recepire il suo significato, chi ne fruisce deve scontrarsi con più livelli di lettura e potenziali interpretazioni. Naturalmente, è un’operazione che non sempre si è disposti a fare e che implica una mole di energia a tratti incompatibile con la velocità della comunicazione che caratterizza la nostra società. Per questo, per me, è fondamentale che l’arte si svincoli dai suoi “contenitori” consueti e si diffonda ovunque, a contatto con la gente: questo è uno dei modi per familiarizzare col linguaggio complesso dell’arte contemporanea e interiorizzarla.

Le opere che abbiamo visto hanno restituito un dialogo armonico e corale sul tema dell’ecosostenibilità, individuando alcuni artisti che hanno letteralmente messo in opera le due facce della medaglia contemporanea, dibattendo sul contrasto tra salvaguardia e sfruttamento del pianeta. Raccontaci come hai scelto i tuoi interlocutori.
Le artiste e gli artisti che sono stati selezionati per questa mostra, nel corso della loro ricerca artistica, hanno analizzato il tema della natura, secondo le proprie inclinazioni. Ho cercato di scegliere persone che avessero qualcosa da dire e che sentissero un legame personale con questo tema. In alcuni casi, parlando con loro, mi hanno colpito le sensazioni legate alla realizzazione delle opere. Francesca Rossello e Laura Ansaloni, ad esempio, mi hanno spiegato come le loro creazioni fossero nate in risposta ai periodi di lockdown e fossero un modo per dare forma alla mancata possibilità di fruire degli spazi verdi durante i giorni di isolamento. Questo stato d’animo è stato piuttosto comune ed è interessante che artiste diverse, partendo percorsi eterogenei, riescano a comunicare, attraverso la loro arte, sensazioni affini, comuni a tutte e tutti noi.  Sicuramente un aspetto evidente della mostra è la particolarità delle opere che la compongono: tutte hanno un forte impatto visivo dovuto all’interazione di materiali e cromatismi differenti, a tratti opposti.
In generale, durante la realizzazione di questo progetto, mi ha fatto riflettere come ogni autrice e autore abbia analizzato la sfera ambientale in rapporto ad altre tematiche, come ad esempio quella dell’identità o della responsabilità collettiva. Le artiste e gli artisti hanno portato tanti punti di vista che giungono a conclusioni differenti, ma nessuna e nessuno ha mostrato indifferenza riguardo alla tematica ambientale e alla sua tutela: questo è stato un aspetto fondamentale per costruire questo progetto. Può capitare di vedere delle mostre meravigliose a livello visivo con quadri e installazioni tecnicamente perfette ma tutto si conclude nella ricerca dell’impatto estetico, penso che questo non sia sufficiente, bisogna andare oltre, altrimenti non si tratta di arte.

Abbiamo trovato molto efficace ed estremamente suggestiva l’operazione di gLAB (Giu.ngo-Lab) che ha realizzato un’istallazione in site-specific a finestra, immergendo la location in un insistente rosso sangue. Come è nata la collaborazione con il collettivo tarantino?
Ho avuto la fortuna di conoscere il collettivo gLAB l’anno scorso durante le selezioni per la realizzazione della mostra Elogio al camaleontismo e all’incoerenza. Come sopravvivere al caos contemporaneo, co-curata insieme a Clara Rodorigo per Paratissima. Da quel momento abbiamo iniziato a collaborare insieme ad una serie di progetti, alcuni dei quali stanno ancora prendendo forma. Nel loro lavoro, ad esempio, l’ecosostenibilità è un tema di ricerca che viene affrontato in diverse opere, alcune delle quali, site-specific. Con questo termine s’intende la realizzazione di un’opera realizzata appositamente per il luogo nel quale si deve inserire, si tratta dunque di un’operazione complessa. Questo consente di fondere la pratica artistica con lo spazio, valorizzandolo e sottolineando le sue caratteristiche.
Per THINK GREEN! il collettivo ha realizzato un’opera site-specific che si colloca su una finestra della stanza: questo oggetto è di per sé simbolico perché rappresenta un’interazione con lo spazio che porta l’individuo a rapportarsi dall’interno all’esterno e viceversa. 
È un’installazione che necessità uno sforzo maggiore da parte dei fruitori per essere compresa. In essa nulla è lasciato al caso: la scelta del materiale, del colore, dei suoi personaggi, sono frutto di uno studio ponderato, di una ricerca profonda, come spesso accade nelle opere di gLAB. Ad esempio, l’atmosfera rossa nella quale vengono inserirti i soggetti rappresentati, indica l’emergenza e il pericolo. Questo colore, inoltre, è complementare del verde che è anche considerato il colore della speranza. I protagonisti della scena sono: da sinistra, il “Perdono” di Taranto, a destra due persone che incarnano l’umanità rassegnata. Ma sicuramente è il primo ad essere una figura dirompente.

Dirompente la figura sincretica del “Perdono” che suggella quasi un patto apocalittico tra noi e l’altrove. Raccontaci dell’opera di gLAB.
Esatto, il “Perdono” è una figura simbolica che il collettivo ha preso dalla processione misterica di Taranto, città che ad oggi versa in condizioni critiche sul piano dell’inquinamento. Egli giunge in questo luogo simbolico (che è la Casa dell’Ambiente) per portare un messaggio di avvertimento: bisogna preservare la sfera ambientale altrimenti la situazione di emergenza non potrà che peggiorare e si trasformerà in catastrofe irreversibile. È un’opera complessa e importante, che ci invita a riflettere sulle nostre possibili responsabilità in questa situazione. Attraverso la luce proveniente dall’esterno, sul pavimento della sala si proietta una sorta di tappeto rosso che interagisce e a tratti si scontra con i cromatismi verdi (delle opere e delle luci) che compongono la sala. L’idea generale è quella di farci sentire colpevoli e domandarci quale sia la nostra condotta nella vita di tutti i giorni. La risposta, senza mezzi termini, è che ogni persona potrebbe probabilmente fare di più per preservare la natura. Quindi, oltre l’aspetto esasperato dell’installazione, si nasconde un significato ben preciso che sfugge a chi la guarda distrattamente. 

Samantha Passaniti e Gabriella Gastaldi Ferragatta hanno messo in campo uno studio raffinato e quasi spirituale tra arte e spazio, come sono nati i loro progetti? 
Samantha Passaniti è un’artista che lavora sul concetto stesso di materia. In Espansione dall’interno si solleva una riflessione sulla fragilità dei materiali stessi, i trucioli presenti sui quattro raggi ad esempio, sembrano appena depositati sul suolo, in un equilibrio molto precario. Spesso ci soffermiamo sull’apparenza delle cose mentre, internamente, se ne celano altre. Il legno, visto dall’esterno, è robusto e resistente ma se indagato nelle sue componenti più piccole, appare delicato e soffice, facilmente frantumabile e disgregabile ed in questo c’è un parallelismo con l’interiorità dell’individuo. Nel caso di Gabriella Gastaldi Ferragatta, il rapporto tra arte e spazio è connesso all’interazione con l’essere umano che d’altra parte è uno dei soggetti dell’installazione. La particolarità è che alcune componenti dell’opera possono essere maneggiate da chi la guarda, come ad esempio, il biglietto cartaceo che è un invito a relazionarsi con il complesso scultoreo: esso può essere prelevato e letto. Qui organi umani e elementi effimeri convivono armoniosamente superando così la suddivisione tra natura e umanità, la parte vegetale germoglia proprio dagli organi stessi. È un messaggio di speranza e un augurio per il nostro futuro, questo complesso di opere è stato scelto per questo motivo per chiudere la mostra.

Tra design e installazione…in una giornata così come non sedersi sulla sedia de la Guilda?
No rest di Laura GuildA è un’opera che a primo impatto colpisce per la morbidezza dei materiali: su una struttura di una sedia, si trovano delle cimose di seta che rimandano ad alcune specie di muschio che stanno scomparendo. Nella sua ricerca artistica sono presenti diverse opere che analizzano questo tema, alcune delle quali mettono in evidenza anche l’importanza del riciclo, aspetto fondamentale anche in rapporto alla moda. Certo, verrebbe voglia di sedersi, tuttavia all’interno della sedia è presente un vuoto che simboleggia la paura di non poter usufruire, in futuro, degli spazi verdi. Una realtà con la quale dobbiamo fare i conti.
Nonostante alla vista possa sembrare, non si tratta assolutamente di un oggetto di design. 

Due domande ancora…catalogo e altre versioni di THINK GREEN!, che novità? 
Presto sarà disponibile il catalogo della mostra. Ho voluto arricchire il catalogo con un testo introduttivo della Storica dell’Ambiente, Roberta Biasillo. Con questa collaborazione, ho voluto portare uno sguardo esterno e autorevole su un tema che ci riguarda tutte e tutti. La Dottoressa Biasillo, oltre ad essere una giovane studiosa, ha scritto diversi articoli e saggi sul tema dell’ambiente e, non potendo organizzare talk in presenza, mi è sembrato un buon modo per fornire qualche elemento in più di riflessione a chi vorrà conoscere la mostra, ma anche a me stessa.
Mi piacerebbe molto replicare la mostra e approfondire questo tema con nuovi progetti. Spero di averne la possibilità in futuro.  

Quali progetti aspettano Margaret Sgarra ora?
Attualmente sto collaborando con Paratissima e Torino Creativa, in qualità di co-curatrice per un progetto che ha come focus il quartiere di Porta Palazzo, zona emblematica della città di Torino.  Sempre ad ottobre, prenderà vita la mostra FRAGILE. Maneggiare con cura, da me ideata, presso il Make di Udine (dal 21 al 31 ottobre), sarà una narrazione visiva di quattro artiste sul tema della fragilità, intesa come risorsa individuale di cui prendersi cura. E poi tornerò di nuovo a Torino, nel Quadrilatero, zona che amo molto, per un progetto che coinvolge alcuni locali della movida che metterà insieme arte e letteratura. Tra le partecipanti ci sarà nuovamente Laura Ansaloni, con una serie fotografica ispirata a I Fiori del male di Baudelaire.

[Immagine: Gabriella Gastaldi Ferragatta Parti organiche e Research]



TAG: intervista, giorgiarossi, margaretsgarra, arte, art

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